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LO SPIRITO DI SAN DOMENICO

 

di P. Marie-Humbert Vicaire op

 
Tutti i testimoni della vita di San Domenico hanno rilevato in lui un duplice orientamento nella sua attività: sempre rivolto verso le realtà interiori e divine, sempre rivolto verso il prossimo. Nessuno l’ha espresso meglio come Giordano di Sassonia che diceva di lui: “Domenico accoglieva tutti gli uomini nel ampio seno della sua carità” (Libellus 107). Durante il giorno nessuno più di lui, si mostrava socievole con i frati o con i compagni di viaggio, nessuno era con loro più allegro di lui (Libellus 105).Faceva suo quel motto: gioire con chi gioisce, piangere con chi piange. Traboccante com’era di pietà, si spendeva tutto per aiutare il prossimo e sollevare le miserie. (Libellus, 107) Di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera...Il giorno lo dedicava al prossimo, la notte a Dio (Libellus 104).
 
La ricerca incessante di Dio
Una preghiera incessante. - Quando si rileggono le fonti primitive della storia di San Domenico, l'immagine che si impone principalmente è quella di un uomo di preghiera intensa e incessante. Egli prega dappertutto. Fa silenzio quando cammina. Mentre cammina se è in prossimità di qualche monastero e se sente suonare la campana che raduna i monaci per l’ufficio; egli si unisce a loro per pregare. Evidentemente egli prega prima di tutto in convento, durante la messa dove il clero lo vede commuoversi e piangere; durante l’ufficio divino, nelle veglie mattutine, anche in refettorio mentre prende i suoi pasti.Ma è soprattutto nella solitudine notturna della cappella dove lui si abbandona pienamente alla sua vocazione di uomo orante. Qui, Domenico vi passa notti intere, al punto che a Bologna, non si conosce la sua cella o il suo letto personale. La lampada che nel santuario vacilla permette al giovane frate che la scorge di edificarsi, di seguire tutte le fasi della sua preghiera. Uomo del meridione, Domenico accompagna la sua preghiera con i gesti del suo corpo, come dei suoi gemiti profondi. Vinto dal sonno, egli pone il suo capo sulla predella dell’altare. Poi comincia la sua preghiera.In colloquio con il Salvatore
In effetti questo preghiera è un colloquio appena interrotto con il Maestro. “Andiamo, dice ai suoi compagni, sulla strada pensiamo al nostro salvatore”. C’è una ragione dietro alla pittura di fra Angelico che raffigura Domenico che abbraccia la Croce...esprime la volontà di non separare mai il suo destino da quello del maestro crocifisso.Egli approfondisce il suo incontro con il Salvatore tramite la Sacra Scrittura, il Vangelo di Matteo e le lettere Paoline che porta sempre con se, anche se li conosce a memoria. Non si tratta di una lettura spirituale qualunque. Egli vuole costantemente leggere, colloquiare, parlare di Dio o pregare (Processo di Bologna, n.29). Egli sa che i suoi studenti studiano la Sacra Pagina e dagli inizi dell’Ordine, li invia all’Università di Parigi..La sua grande familiarità con la s. Scrittura è  tanto grande, così diretto il confronto con le persone evangeliche che egli stesso in pieno vangelo. Vir evangelicus dirà di lui il Beato Giordano. Come gli Apostoli, i predicatori che vivono lo spirito delle prime comunità apostoliche,  devono liberarsi di ogni bisogno per consacrarsi alla preghiera e alla predicazione. Come gli Apostoli essi si recano insieme al Tempio durante le ore di preghiera e rendono al padre, al centro e nel nome della Chiesa, l’adorazione, lo lode, l’azione di grazia. Ma soprattutto essi intercedono.
La preghiera di intercessione
Questa è la nota caratteristica della preghiera di San Domenico, già fin dai tempi di Osma. Quando egli prega solo, durante le sue interminabili veglie, egli non si separa mai dagli uomini. Il dialogo con il Cristo ha sempre un’orizzonte: le anime per le quali Cristo ha dato la sua vita. Gli smarriti sono l’oggetto privilegiato della sua preghiera. Durante la notte, il suo grido a momenti giunge fino ai dormitori e svegli i frati e qualcuno di loro incomincia a piangere. Signore, ripete sovente Domenico, cosa ne sarà dei peccatori (Processo di Tolosa, n. 18).

 
L’incontro con il suo prossimo
Un’altra immagine che si  sovrappone alla prima è quella di Domenico che va alla ricerca del suo prossimo. Non dobbiamo immaginarlo, a causa delle sue lunghe veglie oranti e penitenti, come un eremita o un solitario abituato più alla società degli animali e delle rocce più che agli uomini.
Al contrario, nessuno più di lui ha gusto per la società fraterna. Egli ama incontrare i suoi compagni, i suoi fratelli, i vicini ai quali egli mendica il pane per la comunità, i pellegrini, i malati, le comunità o le folle alle quali egli predica il messaggio della Parola di Dio.
Con ciascuno egli si sente a proprio agio e trova sempre la parola che bisogna dire. Di lui si ama la sua apertura, la semplicità dei suoi atteggiamenti. Il suo volto normalmente sempre sereno è pronto a commuoversi alla vista della miseria umana.
 
La sua misericordia
Non è prima ti tutto misericordioso colui che giovane studente, durante la grande carestia del 1195-1198 vendette i suoi libri e anche la sua Bibbia di pergamena — tesoro della sua vita di studio — per costituire una casa di accoglienza? Che ha voluto vendersi come schiavo per riscattare un cristiano caduto in mano ai Saraceni...?
Ma più grande è la sua compassione spirituale.
Il solo pensiero che ci possano essere uomini e donne che rischiamo la dannazione eterna a causa del loro peccato, del loro scisma o della loro eresia, non lo lascia tranquillo. C’era nel suo cuore, ci dice Giordano, un’ambizione sorprendente e quasi incredibile per la salvezza di tutti gli uomini” (Libellus 34). Egli vorrebbe dare di più della sua vita per poter salvare il suo prossimo. La sua ambizione giunge al desiderio del martirio, e, con la sua immaginazione medioevale, non esita a rappresentarsi concretamente la forma del suo corpo amputato lentamente, agonizzante in un bagno di sangue. La morte in croce non è il punto di partenza della salvezza?
 
Un uomo di dialogo
Domenico è uomo di dialogo e di comunicazione spirituale. Nulla è più doloroso per lui, restare estraneo, a coloro che incontra per la strada. Ma non sopporta assolutamente il disaccordo umano che nasce dalla diversità di speranza e di credenze. Egli cerca il contatto, vuole sormontare le diversità, desidera ritrovare la comunione profonda che deve esistere in tutti gli uomini chiamati alla salvezza.
Si raggiunge qui, la fonte del suo ardore che gli fa cercare l’anima del suo prossimo: il desiderio appassionato della salvezza degli uomini e quindi, l’amore di Cristo.
Così Domenico cerca, al di la delle parole, il contatto del cuore e delle ispirazioni fondamentali della vita dove si gioca il destino dell’uomo. “Andate come uomini che cercano la loro salvezza e quella del prossimo” (1Pt 3,15 e Prime Costituzioni II, 31,7) dà come parola d’ordine ai suoi frati.
Di passaggio a Tolosa, ospite di una locanda, parla con l’albergatore e non tarda a scoprire in lui un eretico. Tutta la notte discute, lo chiama, lo converte.
 
L’imitazione perfetta degli apostoli
E’ ancora la sua volontà di andare sempre più lontano possibile all’incontro dei suoi interlocutori, che deve sperimentare fin dall’inizio del suo ministero di salvezza il tipo di imitazione degli apostoli...Non si tratta più, come ad Osma, di rinnovare l’unanimità fraterna, la povertà comunitaria e la preghiera degli apostoli al tempio e nel cenacolo, ma di seguirli andando a piedi, a due a due, senza oro né argento, senza nessuna sicurezza che l’ospitalità e l’elemosina quotidiana della Provvidenza; inviati dal Cristo ad annunciare il vangelo del regno di Dio. A partire dal 1206, Domenico, adotta definitivamente, e con tutto il suo essere, questo modo di imitare “in tutto la forma di vita degli apostoli” e che più tardi metterà al centro dell’ispirazione del suo Ordine. 
 
Un consolatore
Domenico non si accontenta di raggiungere o di convertire: egli nutre ed eleva. E’ questo quello che volevano dire coloro che avevano vissuto con lui quando lo chiamavano con insistenza e giustamente, un grande consolatore...Consolare per Domenico é esaltare le forze interiori rendendo a ciascuno il senso delle proprie responsabilità, soprattutto rianimando, mediante la presentazione della verità, la coscienza delle realtà divine. Per questo egli può essere molto esigente. Non si gioca con l’amore di Dio e con il proprio destino. I frati raccontano che faceva applicare con rigore la regola del suo Ordine, ma lo faceva in una maniera tale che nessuno poteva resistere...
Egli aspettava il tempo per comprendere ed accettare. Egli imponeva allora la penitenza in maniera penetrante, che la accettavano con slancio, felici di ritrovare se stessi ritrovando la loro vocazione nel Signore...Alle anime chiamate a salire più in alto, egli, apre la strada del dono totale dell’unione divina...
Ma ciò che caratterizza particolarmente l’ambizione per la salvezza delle anime in San Domenico è la sua «universalità» concepita da tutti i punti di vista. Egli si fa tutto a tutti: giovani o anziani, uomini o donne, infedeli, eretici o buoni cristiani, gente del luogo o popoli lontani. Egli si rivolge a tutte le condizioni: agli studenti, all’usuraio morente, ai bambini o ai Signori di Segovia che lo ascoltano sul loro cavallo, al card. Ugolino o alla reclusa...Egli non ha paura di annunciare il Cristo: egli si sforza di far crescere il Cristo, secondo la misura di ciascuno.
Ma se il suo ministero è universale nei suoi destinatari e nel suo fine immediato, il suo mezzo d’azione è preciso: non è l’azione pastorale, è la predicazione. Egli riconduce, egli unisce a Dio coloro che evangelizza.
 
Volontà di comunione fraterna - Autorità e comunità
Questa attenzione a far sgorgare dall’uomo il migliore di se stesso, ci conduce a considerare un altro tratto dello spirito di san Domenico: la sua volontà di comunione fraterna...Nelle questioni di legislazione o di controllo, egli si mette da parte di fronte alla comunità fraterna. La fraternità dei predicatori, clericale e comunitaria, rimonta a sant’Agostino; essa è molto diversa da quella francescana: laica e penitenziale.
Questo modo di vita si inscrive, fin dalle origini, nello stupendo equilibrio delle autorità collettive e personali, delle elezioni e delle conferme che si realizza ad ogni stadio di istituzioni nell’Ordine dei Predicatori. Ma questo dato istituzionale è esso stesso il frutto dell’attaccamento riflettuto di San Domenico alla collegialità degli apostoli; dalla sua fiducia spontanea nei confronti della comunità dei suoi fratelli; della sua preoccupazione di dare a ciascuno il massimo d’iniziativa e di impegno verso l’opera comune; dalla sua gioia evidente — particolarmente splendente nei suoi ultimi giorni della sua vita nel convento di Bologna — di vivere, di pregare, di predicare, un giorno di morire in mezzo a dei fratelli, e anche di essere “sepolto sotto i loro piedi”.
 
L’unità dell’ispirazione evangelica
Quando Gregorio IX canonizzò San Domenico disse di lui: «in lui ho conosciuto un uomo che osservò totalmente la regola degli apostoli e non ne dubito che ora egli sia associato loro in cielo»; quando Giordano di Sassonia, riassumendo l’insieme dei suoi atteggiamenti lo chiama Vir Evangelicus essi fanno allusione alla stessa realtà: quella che Domenico stesso intende quando domanda ai suoi frati che partono per la predicazione di comportarsi dappertutto «come uomini evangelici». Domenico, ha adottato l’attitudine evangelica fin dall’inizio della sua predicazione; egli l’ha conservata fino alla sua morte. Ma questo non può essere riservata a predicatori isolati, anche se inviati a due a due. Il genio di Domenico fu quello di aver concretizzato un’ideale: una società permanente sposata con la vita unanime e fraterna che egli ha praticato fin dall’origine della sua vita religiosa, e di cui il collegio degli apostoli ha fornito il modello.
Ma questi due imitazioni degli apostoli non sono totalmente coerenti. Esse si oppongono soprattutto sulla povertà: povertà personale con beni comuni, nel caso del frate che vive in comunità, totale abbandono alla Provvidenza, nel caso del frate itinerante.
E’ nel capitolo generale di Bologna del 1220 che realizza la totale omogeneità delle ispirazioni evangeliche del Predicatori istituendo, sotto l’impulso di Domenico, la mendicità conventuale.
E’ dunque giusto dire che l’Ordine dei Predicatori è il primo ordine mendicante. La mendicità conventuale, completando la mendicità anteriore del predicatore in viaggio, compie l’abbandono evangelico dell’Ordine alla Provvidenza.
 
Domenico si è sforzato di inscrivere nelle prime costituzioni che egli chiamava “la sua regola”, dopo averla vissuta lui stesso, l’idea che egli si faceva della vita degli apostoli sui passi del loro maestro.
I valori che il patriarca ci ha trasmesso mediante il suo spirito e mediante la fondazione dell’Ordine sono profondamente apostolici: la ricerca incessante di Dio, l’ambizione della salvezza di tutti gli uomini, l’abbandono alla provvidenza mediante la povertà, l’umiltà, l’unanimità fraterna, lo spirito collegiale, etc...,
Noi non possiamo, realizzare un rinnovamento efficace e duraturo nell’Ordine, se non noi mettiamo in pratica questi valori, oggi più che mai.

 


(tratto da Marie-Humbert Vicaire O.P., Dominiques et ses Prêcheurs, Fribourg  1997 - pp. 157-169)

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